Google+ Bolgeri - il Gruppo Tolkieniano di Milano

mercoledì, dicembre 24, 2014

Song of the Lonely Mountains

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venerdì, novembre 21, 2014

Billy Boyd's Last Goodbye

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mercoledì, dicembre 11, 2013

I see Fire

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giovedì, gennaio 31, 2013

Peter Hollens' Misty Mountains (w/ violin)

Avete ascoltato la versione di Misty Mountains Cold che vi abbiamo segnalato ieri? Ebbene, ecco quella di cui Peter Hollens parla nella breve intervista finale. Continuiamo a preferire quella a cappella.

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mercoledì, gennaio 30, 2013

Peter Hollens' Misty Mountains

Tra le miriadi di versioni della canzone dei nani, questa è senz'altro tra le nostre preferite (di gran lunga superiore a quella delle str8 voices).

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giovedì, gennaio 17, 2013

Lo Hobbit - Curiosità dal set

Apprendiamo da Empire di Febbraio, di cui vi abbiamo mostrato ieri qualche anticipazione, una notizia curiosa riguardo all'attore che interpreta il controverso personaggio di Azog il Profanatore, ovvero Manu Bennett. La notizia curiosa è quella che vedete nella foto.

Bennett è un attore di teatro neozelandese che qualcuno di voi avrà già visto in serie tv ad alto contenuto culturale come Spartacus: Blood and Sand e... beh, è un bel figliuolo, quando non è conciato come un deficiente. Al punto che, ci informa Empire, alcune donne della crew cinematografica si sono un giorno presentate sul set dello Hobbit con una maglietta recante la scritta "Puoi profanarmi quando ti pare".
E perché ce ne parlano i bolgeri, direte voi?
Oh, beh, le statistiche ci informano del decimo povero umano arrivato su questo blog cercando "hobbit orco albino" e abbiamo avuto pietà.
Il personaggio di Azog non è, come sarebbe lecito attendersi, un'invenzione di Peter Jackson. Per informazioni, vi invitiamo a consultare il Tolkien Gateway.

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mercoledì, gennaio 16, 2013

Lo Hobbit su Empire di febbraio

Dal numero di Empire che uscirà in febbraio, Benedict Cumberbatch ci guarda torvo, ma è solo per via della sua partecipazione al prossimo Star Trek. Di quanto promesso sulla copertina - ovvero anticipazioni sui prossimi Hobbit - compaiono solo la già vista foto di Bilbo sulla pila d'oro e tre paginette ben scritte ma principalmente basate su qualche dichiarazione degli attori e sugli eventi noti dal libro.
Il numero merita l'acquisto tuttavia per le cinquenpagine di entusiasta recensione di An Unexpected Journey, nella sezione relativa, di cui vi offriamo una sbirciata. Su, andate in edicola. O sull'Apple Store, dove il numero è acquistabile già da settimane.





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domenica, gennaio 06, 2013

Tolkien sull'inserto domenicale del Sole 24 ore

Il Sole 24 ore di oggi dedica allo Hobbit un trafiletto del suo inserto domenicale. Ve ne offriamo un'anteprima in bassa risoluzione. Correte in edicola, che oggi è festa!


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lunedì, dicembre 24, 2012

Lo Hobbit su SciFiNow #75

Il numero 75 della rivista SciFiNow, dopo aver dedicato allo Hobbit la copertina dello scorso numero, dedica al film di Peter Jackson non solo una recensione tra i film "in sala", ma anche una paginetta sul merchandising. Introducendoci ad un mondo di follia distillata.



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domenica, dicembre 23, 2012

Lo Hobbit su SciFiNow #74

Tre pagine di speciale, una mappa dei luoghi, un'intervista di due pagine a Sylvester McCoy e tre pagine doppie a fumetti con i dieci eroi preferiti del cinema fantasy.

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venerdì, dicembre 21, 2012

Lo Hobbit su Best Movie di gennaio

La recensione allo Hobbit su Best Movie di gennaio (di cui ovviamente condividiamo pochissimo).



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sabato, dicembre 15, 2012

Lo Hobbit su 'The New Yorker'

Una recensione in otto pagine riempie la sezione cinema del New Yorker di settimana prossima. Recensione di cosa? Ma dello Hobbit, tessssoro.



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Lo Hobbit su The Cinema Show #22

Dieci pagine di speciale vergato su pergamena e comprendente, tra le altre cose, una raccolta di punti di vista sul "furto" dell'anello da parte di Bilbo: la versione di Gandalf, la versione di Frodo e, infine, la versione di Smeagol. In più, sei pagine di intervista allo straordinario Martin Freeman.

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venerdì, dicembre 14, 2012

"Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato" - ★★★★☆



Come urlava Tom Hanks per le strade di New York dopo aver ascoltato la descrizione di Meg Ryan seduta in un caffé, lo sapevo, lo sapevo! Non poteva non essere bella. In questo caso, non poteva non essere bella l'ultima sfida al pudore di Peter Jackson, il primo capitolo di una trilogia tratta da un libro lungo un quarto di quello da cui ha tratto la precedente, un libro che con suddetta precedente trilogia condivide personaggi e luoghi eppure un libro estremamente diverso, sia per tono generale che per spirito e descrizione di alcuni tra i personaggi condivisi. Un libro sulle cui differenze rispetto al Signore degli Anelli sono disponibili pile e pile di saggi più o meno appropriati di personaggi più o meno competenti. Ora, in realtà esistono milioni di motivi per cui avrebbe potuto non essere bello: a cominciare da un Thorin che nel trailer appariva molto poco nanico (per tacere di Kili, il vampiro di Being Human), ma sono voluta partire estremamente positiva, decidendo che mi sarebbe piaciuto, su consiglio di Peter David, che rispetto a John Carter tempo fa aveva avuto modo di scrivere:
I murmured to myself repeatedly right before the film began, “Please be good, please be good, please be good.” Why? Because “please don’t suck” just wasn’t gonna get it done.
Ecco. Mi aspettavo di trovare il solito Peter Jackson: con le sue proditorie aggiunte, i suoi tocchi di kitsch, le sue invenzioni inutili, le sue scene tamarre e tutto quanto il resto. E tutto questo c'è, e tutto quanto il resto. Grandiosi scenari, una palette di colori assolutamente perfetta e giustamente differente rispetto a quella utilizzata nel SdA, una mano di John Howe che emerge in tutto la sua ricchezza soprattutto per quanto riguarda gli scenari sotterranei, dalla sontuosa dimora dei nani sotto la montagna alle caverne dei troll. E poi ancora un trucco che, salvo le eccezioni sopra nominate riguardo alle quali mi dilungherò in seguito, ben rende onore ai caratteristi infilati nei panni stretti dei tanti, troppi nani. Una superba interpretazione, come sempre, di Ian McKellen nei panni dello scherzoso eppure già turbato Gandalf, ma soprattutto un'interpretazione splendida da parte di Martin Freeman, che risulta un Bilbo assolutamente perfetto. Persino Hugo Weaving a caccia di orchi, infilato per l'occasione in una tamarrissima armatura rossiccia, in questa occasione risulta più credibile nei panni di re Elrond. Sarà che mi sono abituata? Sarà che ha perso peso? Di certo occorre tempo per abituarsi a Richard Armitage nei panni di Thorin, cui viene impressa una proporzione decisamente troppo poco nanica e cui viene lasciato il ruolo che fu di Aragorn (gesta eroiche e faccia da figo). Come di certo nemmeno il tempo riuscirà a farmi abituare ad Aidan Turner nei panni di Kili, cui temo venga affidata un po' la parte di Legolas (gesta eroiche e faccia da scemo). Ma non è importante, perché Radagast è il mago più figo della storia dei maghi fighi, il profilo del drago all'inizio è una vera chicca di WTF come solo Peter Jackson poteva fare, Howard Shore sforna un lavoro onesto riprendendo i propri temi (con l'eccezione della nuova colonna portante dalla canzone dei nani), Gollum è insieme inquietante e splendidamente tragico, l'arrivo delle aquile una vera eucatastrophe. Certo, qualcuno potrà non gradire che il negromante venga integrato nella trama in questo modo, o che il film cominci con Elijah Wood che si aggira sullo sfondo (ma io, che voglio essere positiva, dico che avrei preferito se anche nel Signore degli Anelli si fosse limitato a fare la stessa cosa). Qualcuno potrà non gradire il Bianco Consiglio o il re stregone di Angmar visibile senza motivo. Qualcuno potrà non gradire la battaglia tra i giganti di pietra o il modo in cui è stata gestita la scena dei troll. Qualcuno potrà non gradire l'effetto Cloverfield sul drago. Qualcuno potrà non gradire l'invenzione dell'orco albino. A loro posso solo domandare se non riescono a farsi emozionare dalla canzone dei nani attorno al fuoco, dalla corsa di Bilbo sventolando il proprio contratto di scasshobbit, dal modo in cui Radagast tiene la zampa al suo riccio, dalle mani di Galadriel attorno a quelle di Gandalf, dallo sguardo di Gollum lasciato orfano dal suo tessssoro. E se la risposta è no... oh, beh.

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giovedì, dicembre 13, 2012

An unexpected Journey sul New York Times

Presto anche le nostre recensioni.



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martedì, dicembre 11, 2012

George MacDonald e J.R.R. Tolkien: consigli per la lettura



Vissuto tra il 1824 e il 1905, George MacDonald fu un poeta e uno scrittore scozzese, principalmente noto per le sue raccolte di fiabe e i suoi racconti fantastici. Ancorché relativamente poco conosciuto in Italia, è un autore di straordinaria importanza per la letteratura britannica e ha ispirato autori del calibro di C.S. Lewis, Edith Nesbit, Madeleine L'Engle e, non ultimo, J.R.R. Tolkien.

Che Tolkien conoscesse le opere di MacDonald è fuor di dubbio, e che esse siano state importanti nella sua formazione ci viene detto proprio da C.S. Lewis che, in una lettera ad Arthur Greeves, scriveva: «Da quando è cominciato il trimestre, ho passato il tempo a leggere una storia per bambini scritta da Tolkien. Ti ho già parlato di lui: l'unico uomo assolutamente adatto, se il destino l'avesse concesso, a essere il terzo nella nostra amicizia dei vecchi tempi, perché anche lui è cresciuto in compagnia delle opere di William Morris e George MacDonald.» (C.S. Lewis ad Arthur Greeves, 4 febbraio 1933, in Memoires of the Lewis Family come citato da Michael White in Vita di J.R.R. Tolkien, Bompiani, Milano 2002). Fu invece Tolkien stesso a chiarire quanto egli apprezzasse l’opera di MacDonald, definendolo «una vecchia nonna che pregava anziché scrivere». Tolkien, si sa, sapeva essere molto estremo nelle sue prese di posizione, soprattutto quando tendeva ad estremizzarle temendo che l'accostamento ad altri scrittori (in questo caso il vittoriano, moralista e allegorico MacDonald) potesse portare lettori e critici a travisare la sua opera vedendola come un'allegoria. Questo percorso di lettura si schiera però parzialmente dalla parte di C.S. Lewis che, nella sua recensione dello Hobbit, individuò alcune delle influenze dell'autore scozzese sul legendarium tolkieniano.


  • Phantastes: A Faerie Romance for Men and Women (1858), pubblicato originariamente in Italia con il titolo di Anodos e poi noto come Le fate dell'ombra. Il romanzo, fortemente ispirato al romanticismo tedesco, narra le avventure di Anodos che viene proiettato in un mondo onirico popolato da folletti, gnomi e fate, dove si mette alla ricerca del proprio ideale di bellezza femminile, la Signora di Marmo. L'opera è nominata da Tolkien in una sua lettera del 26 ottobre 1958 a L.M. Cutts nella quale, riguardo agli Ent, scrive che essi potrebbero essere interpretati come «la forma “mitologica” di un amore per gli alberi che ho da tutta la vita, forse con qualche remota influenza dal Phantastes di George MacDonald (un'opera che non amo particolarmente [in cui gli alberi assumono forma umana])».
  • “The Giant's Heart”, è un racconto incluso in Adela Cathcart (1864) insieme a “The Light Princess”, “The Shadows”, “My Uncle Peter” e “A Journey Rejourneyed”, oltre ad altre storie brevi. Tolkien nomina questo racconto esplicitamente nel suo saggio “Sulle fiabe” (pubblicato in Albero e Foglia) in relazione al tema del folklore tradizionale secondo il quale «la vita o la forza di un uomo o una creatura possa trovarsi in un altro posto o risiedere in un altro oggetto, o in una specifica parte del corpo (specialmente il cuore) che possa essere staccata e nascosta in una borsa, o sotto una roccia, o in un uovo». Il tema, come Tolkien stesso esplicita, non è originale di MacDonald, ma è comunque un tema che avvicina l'autore scozzese ad uno dei temi portanti del Signore degli Anelli: l'idea che la forza e lo spirito di Sauron possano trovarsi in un oggetto dalla cui distruzione dipende la sopravvivenza o la sconfitta dell'Oscuro Signore.
  • The Golden Key, originariamente inclusa in Dealing with the Faeries (1867) è la storia di un ragazzo che viaggia fino ad un reame fatato al termine dell'arcobaleno alla ricerca di una magica chiave d'oro e che, una volta trovata, si mette alla ricerca della sua serratura. L'opera è citata da Tolkien nel suo saggio “Sulle fiabe”, sia nella versione per la conferenza dell'8 marzo 1939 sia nella revisione in forma saggio scritta quattro anni dopo, in relazione a come le storie possano essere fonte di mistero: «questo è almeno ciò che George MacDonald si sforzò di fare, scrivendo storie di potere e di bellezza con le quali raggiunse il successo, come in The Golden Key (che egli definì fiaba)».
    Probabilmente in seguito a questo giudizio, nel gennaio del 1965 un editore americano chiese a Tolkien di scrivere una prefazione per una nuova edizione illustrata del libro. Tolkien, così come riferito da Humphrey Carpenter nella sua biografia, trovò la storia «mal scritta, incoerente e brutta tranne che in pochi passaggi memorabili», per cui abbandonò molto presto la stesura della prefazione in favore di una fiaba che aveva iniziato a scrivere come esempio e che invece assunse vita propria. Si trattava di Fabbro di Wootton Major, che vedrà poi la pubblicazione nel 1967.
    In The Golden Key, inoltre, compare un passaggio che alcuni autori hanno considerato fondamentale per l'idea che Tolkien aveva della morte, soprattutto della “buona morte” come continuazione della vita e, da un punto di vista eminentemente letterario, per l’idea che la vita dell'eroe non possa continuare felice com'era quando l'ha abbandonata per imbarcarsi nelle proprie avventure.
  • At the Back of the North Wind (1871), pubblicato in Italia da Auralia con il titolo Sulle ali del vento del nord, comparve per la prima volta nella rivista “Good Words for the Young” a partire dal 1868 e narra la storia dell'amicizia tra un bambino chiamato Diamante e il Vento del Nord. Secondo George Burke Johnson, Tolkien sarebbe stato ispirato dalla poesia che compare nel capitolo 24 per la sua “The man in the Moon came down too soon”, inclusa nel capitolo 9 della Compagnia dell'Anello e originariamente pubblicata nel novembre 1923 sulla rivista “Yorkshire Poetry” come “The Cat and the Fiddle: a Nursery-Rhyme Undone and Its Scandalous Secret Unlocked”.
  • Little Daylight (1871) originariamente pubblicata in appendice a At the Back of the North Wind, è una fiaba fortemente ricalcata dalla Bella addormentata in cui un re e una regina invitano al battesimo della loro neonata figlia, Daylight, tutte le fate tranne una, considerata una strega, che lancia sulla bambina una maledizione: dormirà ogni giorno sotto i raggi del sole e si sveglierà solo la notte. Secondo alcuni, il momento in cui il principe destinato a spezzare l’incantesimo vede Daylight danzare al chiaro di luna sarebbe stato d’ispirazione a Tolkien per l’analogo passo riferito a Beren e Lúthien nel Silmarillion.
  • The Princess and the Goblin (1872) è forse l'opera più nota di George MacDonald in relazione a J.R.R. Tolkien, e l'unica rispetto alla quale Tolkien ebbe ad ammettere esplicitamente un'influenza. Narra la storia della piccola principessa Irene e delle sue avventure con il bambino minatore Curdie attraverso il reame dei goblin. In una lettera a Naomi Mitchinson del 25 aprile 1954, Tolkien scrisse che gli orchi «non sono basati su nessuna mia personale esperienza ma devono molto, immagino, alle tradizioni riguardo ai goblin, [...] specialmente a quelli che compaiono nella Principessa e i Goblin di George MacDonald (fatto salvo per quella storia dei piedi soffici, cui non ho mai creduto)». Il passo è citato sia da Hammond e Scull nel loro Lord of the Rings Companion, sia da Douglas A. Anderson nello Hobbit annotato che, oltre a rilevare le somiglianze così come dichiarate da Tolkien, individua anche una sostanziale differenza: laddove i goblin di MacDonald fuggono al suono della poesia, quelli di Tolkien nello Hobbit non si astengono dal cantare o, piuttosto, dal gracidare (come specifica lo stesso Tolkien) quella che è innegabilmente una poesia. Tuttavia, sia la poesia cantata da Curdie sia quella intonata dai goblin di Tolkien hanno delle altrettanto innegabili somiglianze metriche e stilistiche.
  • The Day Boy and Night Girl (1882) meglio noto anche come The Romance of Photogen and Nycteris, narra la storia della strega Watho che, nella sua ricerca della conoscenza assoluta, invita due donne a partorire nel suo castello e fa quindi crescere il bambino in stanze piene di luce mentre la bambina nell'oscurità delle segrete per osservare le conseguenze dei diversi ambienti sul loro carattere. Tolkien nomina di sfuggita questo romanzo in un paragrafo degli appunti per la sua conferenza “Sulle fiabe”, in particolare nel paragrafo dedicato al tono paternalistico che George MacDonald avrebbe adottato in alcune delle sue opere. Il romanzo, sbrigativamente indicato come Photogen & Nycteus (sic) viene indicato come caratterizzato da un tono e da un argomento affatto per bambini, al contrario della seconda parte di La Principessa e Curdie.
  • The Princess and Curdie (1883), seguito della Principessa e i Goblin, narra nuove avventure della principessa in compagnia del suo amico minatore, mentre si avviano in un lungo viaggio per spodestare i ministri che stanno avvelenando il re, padre di Irene. Il primo capitolo del romanzo è intitolato “La montagna” e, secondo Anderson, Tolkien gli deve molto, in similitudine e antitesi, per l'idea di come sia fatto l'interno di una montagna. In relazione alla descrizione che viene data della caverna di Gollum, è riportato questo passo dal romanzo di MacDonald: «Ma all'interno [delle montagne] chi potrà dire che cosa vi si trova? Caverne della solitudine più terrificante, con pareti spesse chilometri, scintillanti di una coltre d'oro o d'argento, di rame o di ferro, di stagno e di mercurio, o forse tempestate di pietre preziose e magari un ruscello, nel quale nuotano pesci ciechi, che scorre e scorre incessantemente, freddo e barbugliante, fra le sponde incrostate di granati e dorati topazi, oppure su ghiaia i cui ciottoli sono ora rubini ora smeraldi, e forse diamanti e zaffiri - chi può dirlo?»Quando la principessa riesce infine a guarire il re, il momento del risveglio potrebbe ricordare ad alcuni il risveglio di Theoden nel Signore degli Anelli.
  • Lilith (1895), tra i romanzi più lunghi e complessi di MacDonald, narra la storia del libraio Mr. Vane, che si trova a viaggiare in un universo parallelo inseguendo il precedente libraio che sembra dargli la caccia. In questo mondo parallelo, il protagonista scopre una casa in cui gli spiriti peccatori vengono guariti dal sonno fino a trovare una “buona morte”, incontra bambini che non vogliono crescere e li aiuta contro Lilith, prima moglie di Adamo e ora regina del regno di Bulika. Tolkien cita l'opera accanto a The Golden Key nel già citato passo del saggio “Sulle fiabe” come postilla al tentativo di MacDonald di veicolare il mistero attraverso le sue fiabe: «anche quando in parte egli fallì, come in Lilith (che definì romanzo)». L'opera di MacDonald viene nominato da Tolkien anche in relazione alla grande attrazione che l'autore scozzese avrebbe avuto nei confronti della morte, come già menzionato rispetto a The Golden Key.

Fonti biografiche

  • Michael White, Vita di J.R.R. Tolkien, Bompiani 2002.
  • Humphrey Carpenter, J.R.R. Tolkien: la biografia, Lindau 2009.
  • J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Bompiani 2002.

Fonti critiche

  • Wayne G. Hammond e Christina Scull, The J.R.R. Tolkien companion and guide, HarperCollins 2006.
  • Wayne G. Hammond e Christina Scull, The definitive annotated companion to The Lord of the Rings, HarperCollins 2005.
  • Douglas A. Anderson, Lo Hobbit annotato, Bompiani 2004.
  • Verlyn Flieger e Douglas A. Anderson (a c. di), Tolkien On Fairy-stories: Expanded edition, with commentary and notes, HarperCollins 2008.
  • George Burke Johnson, “The Poetry of J.R.R. Tolkien” in The Tolkien Papers, 1967.
  • Clyde S. Kilby, Tolkien & The Silmarillion, Harold Shaw Publishers 1976.
  • Frank Bergman, “The Roots of Tolkien's Tree: The Influence of George MacDonald and German Romanticism upon Tolkien's Essay On Fairy-Stories” in Mosaic 10 #2 (inverno 1977).

Letture on-line:


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domenica, dicembre 09, 2012

There and Back Again: ovvero, andata a Bergamo e ritorno

Nella serata di sabato 1 dicembre 2012 si è tenuto a Bergamo  l'incontro "There and back again: sulle tracce di Bilbo Baggins" organizzato dai nostri cugini bergamaschi, la famiglia Sackville. Potevano i Bolgeri mancare a un simile succoso appuntamento? Ovviamente no, e infatti quello che state per leggere è il resoconto del nostro inviato.


Lasciatoci alle spalle il confine del Ducato di Milano nel primo pomeriggio, io e la mia ragazza raggiungiamo l'avamposto della Serenissima oltre l'Adda. Ad un rapido (ma completo) giro turistico della Città Alta, funestato da una pioggia non prevista, segue una cena veloce a base di casoncelli, gnocchi al gorgonzola, piadina al cioccolato, torta di polenta e cioccolato e, ovviamente!, birra: tutto di buona qualità. Dopo un caffè preso al volo in un bar nei pressi del Sentierone per scongiurare un possibile abbiocco, ci rechiamo quindi ansiosi al Palazzo della Provincia di Bergamo dove si svolge l'atteso evento.

All'ultimo piano, praticamente nel sottotetto, ci accoglie uno sparuto gruppo di Sackville (Valentina, Marco, Ruggibrante, Tengai, Fabio e Bubbo) che sta allestendo in tutta fretta lo spazio a disposizione, grazie al puntualissimo custode che è arrivato solo mezzora prima dell'inizio dell'evento. Ciò nonostante la sala è già gremita, per cui, dopo aver salutato qualcuno dei relatori, prendiamo posto tra il folto pubblico. La sala è davvero strapiena, tant'è che qualcuno rimane anche in piedi.

La prima persona a prendere la parola è Angelo Mapelli dell'associazione "Alle radici delle comunità" che farà poi da presentatore per tutta la serata. Dato il ruolo, ovviamente non ha detto niente degno di nota per cui passo oltre.
Dopo Mapelli parla l'assessore alla cultura della Provincia di Bergamo che sproloquia sul recupero delle tradizioni popolari e che plaude a iniziative come questa che aiutano questo recupero. Convinto lui... Frase emblema del personaggio: "Conosco Tolkien solamente tramite i film perchè leggo poco". Ottimo, per un assessore alla cultura.
Il format dell'evento proposto è comunque decisamente particolare e accattivante: ogni relatore ha solo una decina di minuti a disposizione e deve incentrare il suo intervento su una parola da lui precedentemente scelta.

Il primo relatore è Rino Cammilleri, a me totalmente ignoto, e una volta terminato il suo intervento capisco il perchè: assolutamente fuori posto e poco preparato, Cammilleri pare essere passato di lì per caso ed essere stato costretto a scegliere la parola "Balrog". Ci spiega cos'è, ci spiega che è stato risvegliato dai Nani che estraevano l'acciaio (notoriamente una lega, non un minerale!) mithril, e che tutto ciò è un'allegoria dell'avidità che viene punita. Grazie, non ci eravamo ancora arrivati! Prosegue regalando altre scoperte dell'acqua calda e conclude dicendo che "Tolkien ha inventato ed esaurito il fantasy". Alla faccia di tutti gli autori che sono venuti dopo (e prima)... mah! Finisce con 5 minuti di anticipo sui 10 previsti e li regala agli altri relatori. Il pubblico sentitamente ringrazia.
Il secondo relatore è Gianluca Comastri, ben noto "patron" di Eldalie, che parte dalla parola "bastone". Bastone degli Istari, ovviamente, come strumento magico e di potere, ma anche bastone da passeggio che aiuta il passo ed indirizza lungo la via. Bastone anche come simbolo di comando, e mi viene alla mente proprio la statua del sarcofago di Bartolomeo Colleoni nel suo mausoleo in Città Alta. Intervento serio e competente ma che non mi ha segnato particolarmente.
Segue intermezzo musicale di Giuseppe Festa che suona i Lingalad unplugged. L'intermezzo si ripeterà poi ogni due interventi dei relatori.

Arriva poi il turno del tanto atteso De Turris (GdT nel seguito) che parte dalla parola... dalla parola... provate a indovinare... dalla parola... VIAGGIO!!! E come poteva non essere il viaggio il tema del tanto amato critico del fantastico? Stranamente però GdT non aggiunge mai nel suo intervento l'aggettivo iniziatico, forse ha smesso con il suo tormentone? Cmq GdT ci informa che il viaggio e l'assedio sono alla radice della letteratura occidentale (Iliade, Odissea, ecc.) e che altrettanto importante è l'elemento del viaggio nell'oltretomba che Tolkien inserisce ripetutamente nel Signore degli Anelli con gli Spettri dei Tumuli, le Paludi morte, ecc. Insomma, una serie di concetti triti e ritriti per chi conosce bene GdT, ma questa volta sembrano anche vuoti e retorici come, ad esempio: "Tolkien ha riproposto alla cultura attuale un'etica dimenticata". Si, boh, forse, ma se non si specifica quale come si può argomentare? Si ripete poi dicendo che "Tolkien ha fatto accettare un mondo dimenticato", con la medesima vacuità di cui sopra.
Al termine dell'intervento applausi scroscianti per la retorica dell'aria fritta.

Segue Giuseppone Festa che, pur non parlando per niente di Tolkien, almeno racconta una bella storiella di Natale che si capisce, ha un senso e fa venire i lacrimoni. Non ho voglia di scriverla tutta, per cui se capiterà ve la racconterò dal vivo, però sappiate che gli argomenti sono: educazione ambientale, Eurodisney, Babbo Natale, alberi e leggende dietro la natura.
Dopodichè il Giuseppone torna a suonare i Lingalad unplugged.

Ed ecco poi alzarsi il Paolone Gulisano che, proponendo la parola "hobbit", mi provoca un abbiocco istantaneo. Tuttavia, nel dormiveglia riesco a capire che gli Hobbit sono al centro della narrazione dello Hobbit e del Signore degli Anelli e rappresentano l'umiltà, il buonumore e la letizia; Tolkien nel crearli ha risposto una mancanza di gioia, soprattutto infantile, ossia la capacità di guardare le cose con gli occhi di un bambino (sentendo quindi stupore, meraviglia e gioia).
Altro punto importante: Gulisano sottolinea il libero arbitrio dei personaggi, la libertà degli Hobbit di partire per delle imprese da cui si torna con un cambiamento ma non con un tesoro. Citofonare Bilbo Baggins per delucidazioni fiscali sul patrimonio di famiglia... 

Segue il secondo relatore più atteso della serata, il filosofo di Rimini, il templare di San Marino, lo psicologo barbuto che tutti vorrebbero avere: Adolfo Morganti! Dico subito che è stato di gran lunga l'intervento migliore: nessuna cavolata, nessuna frase vuotamente retorica, profonda conoscenza delle opere tolkieniane e una dialettica da stendere chiunque. Morganti sceglie la parola "oscurità" da cui parte per sottolinare la presenza del male (non manicheo) nel mondo esplicitata dall'azione di Sauron/Saruman che possiamo vedere quotidianamente. Il male non è una cosa lontana da noi o al di fuori della nostra realtà, per cui ci tocca combattere per non ritrovarci tutti a Mordor. Frase da standing ovation: "Se non vedete tutta l'oscurità che ci circonda quotidianamente, date le dimissioni dall'umanità perchè non state vivendo!". 92 minuti di applausi fantozziani.

Intermezzo musicale del Giuseppone.

Segue il momento leggero della serata con la voce di Frodo, il ben noto fulvo doppiatore Davide Perino, che apre il suo intervento con un omaggio al defunto e assai compianto Gianni Musy, doppiatore di Gandalf e molto altro ancora.
L'omaggio è un ridoppiaggio comico della scena del primo film della trilogia di Peter Jackson, quando Gandalf torna da Frodo per veriface che il suo anello sia davvero l'Unico. La comicità sta nel fatto che nel ridoppiaggio Gandalf cerca di convincere Frodo ad usare l'Anello per infiltrarsi di nascosto a un concerto dei Lingalad e distruggergli tutti gli strumenti perchè la loro musica ha davvero stufato tutti! Giuseppe Festa è il più pericoloso, è anni che suona con i soliti 3 accordi, e anche Gollum preferisce essere torturato a Barad-dur piuttosto che ascoltare i Lingalad.
Davvero esilarante, spero sia pubblicato presto su Youtube.
Scroscianti applausi per ricordare Gianni, e poi Davidino ci parla di "anello" in due sensi particolari: il primo come legame che ha unito la troupe del doppiaggio del film (di cui racconta qualche aneddoto che fa sempre piacere sentire), e il secondo come termine tecnico che si usava ai tempi delle pellicole in 35 mm quando si mettevano i fotogrammi in loop per il doppiaggio (ok, non ci ho capito granchè!). Insomma, Tolkien non c'entra davvero una mazza, ma Davidino è tanto carino, simpatico e impacciato nel parlare in pubblico, e cmq un po' di aneddotica ci sta sempre bene per non ammorbare il pubblico.

Chiude la carrellata il buon EVK che propone... "musica"! Cos'altro poteva proporre il nostro compositore tolkieniano preferito?
EVK fa un intervento tecnicamente difficile perchè parla avendo un sottofondo musicale che ha studiato appositamente per l'accompagnamento, tant'è che sulla scaletta si è segnato i tempi che deve rispettare. Un uomo, un genio. EVK ci parla cmq di come la musica/parola sia alla base della genesi del mondo in molte cosmogonie, di come Tolkien sia filologo proprio per "amore della parola", e di quanto lui sia rimasto "sconvolto" dalle opere di Tolkien alla prima lettura e di come questo sconvolgimento gli abbia causato il desiderio di realizzare opere musicali come porte per poter rientrare nella TdM e non sentirsi un esiliato nella nostra realtà quotidiana. E questo è solamente la sua sfaccattetura personale a quello che è un approccio generale all'arte come mezzo per inserirsi nel Legendarium tolkieniano della "mitologia per l'Inghilterra" che Tolkien stesso aveva in mente come spazio aperto per futuri autori, menti e mani.

Segue la chiusura dell'evento, con ringraziamenti, bla bla, Valentina dei Sackville che ringrazia tutti, bla bla, Mapelli pure, bla bla, De Turris prende il microfono per dire che è stato un evento tolkieniano di raro livello per cui ringrazia l'assessore con sonora sviolinata, bla bla.

Mi alzo per fare i miei più sinceri complimenti ai Sackville per l'ottima organizzazione dell'evento e per salutarli tutti, poi saluto i relatori e mi avvio con la mia ragazza alla mia automobile per un veloce rientro a casa (45 min circa, mica male).

Scherzi a parte, è stato davvero un bell'evento, con un format tutto sommato innovativo e leggero per un pubblico di non esperti e fan, e una scelta di relatori ben bilanciata. Ancora grazie ai Sakville per tutto l'impegno profuso, speriamo di vedere presto altri eventi simili!

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venerdì, dicembre 07, 2012

Lo Hobbit su Entertainment Weekly

La rivista Entertainment Weekly dedica allo Hobbit una sontuosa edizione digitale con contenuti aggiuntivi, e quattro copertine da collezione.
I bolgeri vi offrono una sbirciata a qualcuno di questi contenuti, con l'invito ad accaparrarvi l'edizione digitale. Costa meno di 5€ e ne vale decisamente di più.













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giovedì, dicembre 06, 2012

C'era una volta... Lo Hobbit

E' ormai in distribuzione nelle librerie l'ultimo libro della collana "Tolkien e dintorni" di Marietti, il volume intitolato "Cera una volta... Lo Hobbit - Alle origini del Signore degli Anelli" di cui riportiamo la copertina, la quarta di copertina e l'indice. Noi lo leggeremo sicuramente, e vi consigliamo di fare altrettanto prima di recarvi al cinema a vedere l'ultima fatica cinema di Peter Jackson. E anche dopo.


Lo Hobbit (pubblicato nel 1937) è sempre stato considerato dalla maggior parte dei critici un semplice racconto per bambini, il cui principale merito fu di servire da “prologo” al più noto capolavoro tolkieniano: Il Signore degli Anelli. Il presente volume vuole invece mettere in evidenza tutta la profondità di vedute e la ricchezza di stili dello Hobbit che, seppur diverso nel tono e nell’impostazione, merita una valutazione di ben altra portata e spessore. Gli articoli degli autori italiani sono frutto di uno studio di ricerca corale e conservano un tono divulgativo e accessibile; a questi sono affiancati saggi di critici stranieri (tra cui Verlyn Flieger, Dimitra Fimi e Bonniejean Christensen) oggi considerati tra i contributi più importanti sullo Hobbit.
Arricchiscono il libro due poesie di Tolkien, rispettivamente dedicate alla figura del Drago (The Dragon’s Visit) e all’idea di fiaba (Once Upon a Time), per la prima volta pubblicate e tradotte in italiano in questo volume.




INDICE

Prefazione. Lo Hobbit non è un prequel
di Roberto Arduini, Alberto Ladavas e Saverio Simonelli

Introduzione. La storia dello Hobbit
di Lorenzo Gammarelli

Parte prima. La fiaba

  • Verlyn Flieger«Ci sarà sempre una fiaba». J.R.R. Tolkien e la controversia sul folklore
  • Dimitra Fimi«Cantate danzando, fatine leggere». Le fate vittoriane e i primi lavori di J.R.R. Tolkien
  • Cecilia BarellaUna fiaba per l’Inghilterra
  • Saverio SimonelliLo Hobbit e le fiabe dei Grimm: filologia, Nani e la verità dell’antico
  • Guido MastroianniBilbo, Edmund, Harry, Eragon: tratti atipici di eroi predestinati

Parte seconda. I personaggi

  • Giampaolo CanzonieriIn principio erat Hobbit? La traslazione dei personaggi dallo Hobbit al Signore degli Anelli
  • Claudio Antonio TestiProcesso a Bilbo Baggins
  • Peter GrybauskasVita reale, ovvero “Qualcosa che viene dai Tuc” 
  • Roberto Arduini«Non farti mai beffe di un drago vivo, pazzo di un Bilbo!» Il revival medievale dei draghi di J.R.R. Tolkien
  • Gianluca ComastriUn vecchio con un bastone
  • Bonniejean ChristensenLa trasformazione di Gollum nello Hobbit
  • Norbert SpinaI Nani nel mito e nel fantastico: da Dvergar a Khazâd e oltre

Appendici

1. Intervista a Elena Jeronimidis Conte

2. Due poesie inedite di J.R.R. Tolkien

Due poesie, molti intrecci e qualche ipotesi
di Roberto Arduini e Claudio A. Testi

  • “Once Upon a Time” - “C’era una volta” di J.R.R. Tolkien
  • “The Dragon’s Visit” - “La visita del drago” di J.R.R. Tolkien

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venerdì, novembre 30, 2012

Lo Hobbit su Best Movie di novembre

La rivista italiana dedica copertina e un lungo speciale allo Hobbit, in uscita il mese prossimo. La rivista è consultabile integralmente on-line e nell'edicola di Apple. Noi vi offriamo solo qualche sbirciata.


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